Gianluigi di Napoli
Noema Gallery da oggi ha fra i suoi fotografi Gianluigi di Napoli, che dal 2003
lavora continuativamente con Vanity Fair oltre che per altri importanti giornali.
Il lavoro presentato è parte del
progetto Masks, con i ritratti di:
Federica Pellegrini, Petra Conti, Paola Minaccioni, Nathalie
Moellhausen, Valeria Solarino, Livia Azzariti, Babsi Jones, Maria Buccellati.
Sulla
maschera si sono riempite intere biblioteche, pertanto non vorrei aggiungere
altre considerazioni che probabilmente risulterebbero scontate o già dette, preferisco riportare un’intervista che di Napoli ha
rilasciato ad Elena Chiocchia sul sito Design Playground (www.designplayground.it)
, dove è lo stesso autore a raccontare il progetto.
Masks
project, Gianluigi
di Napoli per AIPI
Raccontaci
innanzitutto come è nata l’idea di questo progetto.
Avevo da
poco realizzato un libro per David Larible che all’epoca era la star più
importante del mitico circo americano Ringling
Bros. and Barnum & Bailey, conosciuto come The Greatest Show on Earth. Avevo
osservato un contrasto interessante tra la fisicità concreta e definita della
vita quotidiana di David e il suo essere un personaggio tondeggiante, quasi
disneyano sulla pista. Inoltre mi aveva colpito il fatto che David usa trucchi
e colori femminili per il suo trucco scenico e questo rendeva il suo volto,
nello show e tra le quinte, un continuo rincorrersi di contrasti e inedite
combinazioni espressive.
Così mi sono chiesto se non fosse
stato possibile ribaltare il concetto che vuole il clown dei nostri tempi
solitamente di genere maschile, rassicurante e asessuato. Ho cominciato ad
inseguire l’idea di proporre a delle donne eccellenti e diverse tra di loro di
interpretare la maschera del clown chiedendo loro di proporre, per contrasto, una
loro idea di sensualità e di autenticità. Sapevo che sarebbe stato un contrasto
molto forte, ma avevo anche paura che il concetto potesse essere difficile da
proporre: per una donna il proprio aspetto è molto importante, specie se ha
un’immagine pubblica, ed effettivamente il rischio di creare delle immagini
grottesche era molto alto. Inoltre uno degli elementi basilari del progetto
prevedeva, per motivi di coerenza, l’assenza di interventi correttivi di
post produzione sia sul ritratto truccato che su quello al naturale.
Normalmente già solo proporre ad
una attrice di rendere pubblico un ritratto non ritoccato può diventare uno
scoglio insuperabile. Invece devo dire che le testimonial che hanno posato sono
riuscite a comprendere il progetto in modo straordinario e nei loro commenti
hanno apportato dei dettagli che mi hanno aiutato a capire anche più a fondo il
progetto.
L’AIPI è
un’associazione volta alla ricerca e alla cura contro l’Ipertensione Arteriosa
Polmonare, malattia rara, degenerativa e fortemente invalidante, che colpisce
soprattutto le donne. C’è un motivo per cui hai scelto di sostenere questa
associazione in particolare?
Avevo molta
voglia di aiutare concretamente qualcuno con il mio lavoro, ma ovviamente
volevo anche conoscere bene l’associazione che ne avrebbe tratto vantaggio.
Quando ho conosciuto Pisana Ferrari, la presidente dell’AIPI, ho capito subito
che la sua associazione era quella adatta. Lei è una donna straordinariamente
coraggiosa e forte ed é la testimonianza vivente dell’importanza
dell’informazione nel combattere l’ipertensione polmonare. Anni fa lei stessa
si é ammalata di questa malattia e questo avrebbe avuto conseguenze fatali se
non fosse stato possibile sottoporla tempestivamente al trapianto bilaterale
dei polmoni.
Perché hai
scelto il tema della maschera per il tuo progetto?
Avevo riflettuto a lungo sul tema della maschera pensando ad un libro di Henry
Miller, Il sorriso ai piedi della scala, dedicato ad un clown di successo che
vorrebbe, al posto di risate ed applausi per la sua arte, ricevere la
certezza di riuscire a trasmettere il suo amore e le sue intime scoperte sulla
vita. Riesce a trovare la sua chiave di espressione in scena quando accetta
finalmente se stesso. Secondo Miller, la maschera del clown può metterci in
contatto con una parte profonda e sana di noi stessi e riconoscerla in altri.
Mi sembrava un interessante concetto. In seguito Pisana Ferrari, mi ha fatto
notare che la malattia costringe spesso ad indossare una maschera per
nascondere la verità a chi amiamo e talvolta anche a noi stessi, anche se
contemporaneamente può dare una grande energia utile per affrontare il mondo.
Luigi Pirandello,
che sulla maschera ha fondato la propria letteratura, ha vissuto il dramma di
una moglie affetta da una grave malattia. Credi sia casuale? O c’è un rapporto
viscerale tra i drammi della vita e il portare una maschera?
Effettivamente quella della malattia è un’esperienza umana molto sensibile alle
reazioni del contesto sociale in cui si vive, spesso molto difficili da
gestire. Ovviamente ne risente anche chi vive insieme al malato, che vede
spesso le costruzioni dei rapporti sociali scricchiolare di fronte a qualcosa
di ineluttabile come la malattia. Credo che Pirandello possa aver ben percepito
questo fenomeno, avendo avuto la moglie affetta da un problema mentale. Questa
situazione infatti rende particolarmente vulnerabili nei confronti della società
non solo chi è affetto dal male ma anche e forse maggiormente, in quanto
consapevole e “normale”, chi gli vive accanto.
A me sembra che il clown, essendo
una maschera consapevole dotata di lucida follia, potrebbe avere il potere di
annullare la famosa triplicità esistenziale di Pirandello (come il
personaggio vede se stesso, come è visto dagli altri e come crede di essere
visto dagli altri) creando uno spazio lontano dal mondo dove tutto è permesso e
tutto ha la stessa innocenza dei bambini o dei folli, cercando di convincerci
che tutto nella vita ha la stessa, enorme importanza.
Tra le maschere esistenti tu hai scelto forse quella universalmente più
riconoscibile: il clown. Perché?
Quella del clown è una maschera speciale,
anzi in realtà sarebbe inesatto definirla maschera proprio perché non é rigida,
ma aderisce perfettamente alla pelle lasciando passare, distorti, i lineamenti
e le espressioni del viso. Quello che ci propone la maschera del clown é
un’identità profondamente alterata eppure assolutamente autentica. Trovo
emblematico che David Larible sostenga che spesso lui non sa mai veramente bene
se é truccato oppure no, sentendosi perfettamente a proprio agio sia con la
maschera da clown che senza. Durante le riprese del nostro libro avevamo fatto
delle foto nell’oceano con il trucco da clown. Quando abbiamo finito David si é
infilato un accappatoio, senza struccarsi, e siamo ritornati con la sua auto
allo stadio dove il Barnum teneva gli spettacoli guidando per le strade di
Houston. Era interessante essere in macchina con un tipo in accappatoio,
truccato da clown, che mi faceva notare come gli americani andassero in giro
conciati in modo tanto strambo.
L’aspetto curioso è che quello delle modelle non è un trucco qualunque,
ma il trucco realizzato da un clown. La maschera che trasforma in maschera
qualcun’altro è un tema interessante. Non ti sembra una metafora nella
metafora?
Trovo che sia stata l’unica possibilità di realizzare in modo onesto questo
progetto. Ci sono molte fotografie più o meno belle realizzate da bravi make up
artist. Volevo però che il progetto fosse affidato a qualcuno che conosce la
maschera del clown come se stesso, e questo poteva essere solo un grande clown
come David Larible. Lui ha progettato tutte le maschere adattando perfettamente
maschere tradizionali e modificandole su ogni testimonial. Ci siamo avvalsi
anche della collaborazione di validissimi make up artist di fama internazionale
come Valeria Orlando, David Jones, Cristine Dupuis e Mikaela Alleison che lo
hanno aiutato seguendo la sua supervisione e riuscendo ad comprendere
perfettamente l’essenza di questo progetto. Una straordinaria manifestazione di
professionalità e umiltà.
Non è la prima volta che tratti il mondo del circo e la figura del
clown nei tuoi lavori. Come mai questo legame?
In effetti ho una grande attrazione per il circo e soprattutto per la sua
gente. Sono molto attratto dai colori, dalla provvisorietà di questo mondo e
dalla lontananza dalla realtà che si percepisce, anche se paradossalmente la
gente del circo è tra la gente più concreta e pragmatica che io conosco. Mi
affascina il fatto che la loro routine sia di salire su un trapezio a quindici
metri di altezza e fare salti mortali, mentre siano estremamente vulnerabili in
cose che per il resto del mondo sono scontate, tipo dover provvedere ogni
quattro o cinque giorni all’allacciamento dell’acqua e dell’energia elettrica o
poter essere al sicuro se si scatena una tempesta. Mi affascina anche il tema
del loro nomadismo colorato ma disciplinatissimo e della grande forza
attrattiva rappresentata dalla famiglia. Trovo che siano elementi che possono
essere, almeno nominalmente, in grado di proporre un concetto di realtà ad un
mondo che forse a volte rischia di diventare un po’ troppo virtuale e superficiale.
Questo è
stato sicuramente un progetto ambizioso. Quanto tempo hai impiegato per la
realizzazione?
Ci ho messo pochissimo tempo per maturare il progetto, che mi é stato subito
assolutamente chiaro. Diverso é stato far combaciare tutti i tasselli. Era
molto difficile far coincidere tutto nello stesso momento e perché ciò
succedesse ci sono voluti più di tre anni.
Da questo
progetto è nata una mostra realizzata durante il MIA Fair 2013 e un calendario,
le cui vendite sono destinate a contribuire al finanziamento dell’associazione.
Ce ne vuoi parlare?
L’invito di Fabio Castelli, il direttore di Mia Fair, di entrare a fare parte
della fiera come progetto speciale è stato il punto di svolta per questo
progetto. Siamo stati ospitati in una sede grande e prestigiosa, la
MyOwnGallery e la mostra ha potuto avere una formidabile visibilità. In seguito
è stata ospitata dal nell’Archiginnasio di Bologna, la
più antica sede universitaria del mondo in occasione del Convegno
Internazionale sull’Ipertensione Arteriosa Polmonare. Il calendario è uno dei
premi di ringraziamento per le offerte dei sostenitori del progetto. A
fronte delle donazioni sarà possibile ricevere il calendario MASKS 2014, opere
a tiratura limitata e per donazioni più importanti è possibile diventare clown
per un ritratto realizzato da me con un trucco progettato in esclusiva da David
Larible.
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Aldo Sardoni 2013